|
a cura di Giuliana Altea / Marco Magnani Se una costante si può rintracciare nell'opera matura di Roberto Puzzu, è il continuo dialogo tra pulsione vitalistica e controllo formale. Fin dalle sue Scritture della metà degli anni Ottanta si dichiarava una serrata dialettica tra due momenti: nelle stampe, la griglia geometrica impressa a secco subiva l'invasione di una fioritura di colorati grafemi; nelle grandi tele o carte erano gli stessi calligrammi a disciplinarsi spontaneamente, ordinando lo spazio con cadenze quasi giapponesi. Una centralità del segno che, ben distante dal selvaggismo dei linguaggi graffitisti ancora presenti in quel momento sulla scena internazionale, guardava piuttosto alla raffinatezza delle varie declinazioni italiane di Pittura-Scrittura.Nella serie delle Linee verdi, immediatamente successiva, sbarre verdi fluorescenti arginavano il colore, si opponevano a stesure vibranti di neri profondi, le attraversavano trafiggendole. Compariva qui un'altra delle opposizioni ricorrenti nel percorso dell'artista, quella fra manualità pittorica della tradizione e i materiali artificiali e tecnologici, ed emergeva un interesse per la dimensione illusiva, virtuale dell'immagine ( la linea verde non era infatti che una striscia colorata incollata sovrapposta agli strati di pigmento ) accanto ad una sopita vocazione allo sconfinamento ambientale ( a volte le linee verdi acquistavano corpo, si facevano tridimensionali per proiettarsi fuori dalla tela, nello spazio dello spettatore). Un passo ulteriore portava, al principio degli anni Novanta, ad opere dall'impianto decisamente più geometrizante. Ampie bande di colore strutturavano i dipinti conferendo loro un'imponenza quasi archittettonica, senza per questo spegnere la vita tumultuosa delle stesure cromatiche. In quelle tele dal respiro ampio e solenne la geometria non era fine ma mezzo per esaltare, contenendola, la forza della pittura. Una sorta si poetica del limite, insomma, che nella norma, nel confine autoimposto scorgeva il mezzo per arrivare ad un'inedita potenza espressiva. La ricerca odierna segna insieme una svolta ed una sintesi delle esperienze precedenti. Chi ricorda il Puzzu di qualche anno fa potrà forse rimanere disorientato, ma dopo qualche momento di riflessione non stenterà a ritrovarne i tratti caratterizzanti.Pittoricamente scultoree, geometricamente informali, razionalisticamente vitalistiche, mediaticamente arcaizzanti, primitivisticamente tecnologiche, le nuove opere sono degli ossimori materializzati. Ciò che dapprima si scorge è un ribollente magma pittorico, verde bluastro, vischioso e rappreso, solcato da prepotenti irruzioni segniche di forte consistenza materica, e racchiuso entro la morsa granitica di pilastri disposti simmetricamente. Osservando da vicino ci si avvede però che il granito non è che una leggera struttura lignea decorata in trompe-l'oeil, e la pittura è resina plastica al cento per cento, o per essere più esatti schiuma poliuretanica espansa, incisa con solventi e colorata al framaton, mentre gli interventi segnici sono puri schizzi di silicone. Alcuni pezzi, in forma di stele attraversate da brani di cortecce policrome, ostentano ancor più la natura fittizia della loro monumentalità; sono monoliti leggeri, che il tocco di un bambino basterebbe a far crollare.Scultura senza scultura, dunque, pittura senza pittura. Tutto si gioca sull'ambiguità; non tanto ambiguità illusionistica della rappresentazione, quanto del senso da attribuire all'operazione. E' un disincantato De profundis sulla scomparsa delle forme storiche della pittura e della scultura, o una malinconica elegia elevata sul loro tramonto? L'una e l'altra cosa, probabilmente. Puzzu raccoglie e rifonde in questi lavori lacerati della sua storia personale, memorie di artisti a lui diversamente cari come Mauro Manca (in certi passaggi cromatici di tipo informale), Francesco Tanda ( nell'amore per i materiali tecnologici ), Costantino Nivola ( le stele di finto granito, antropomorfizzate da piccole protuberanze tondeggianti); su tutto la memoria dell'incisione, da lui assiduamente praticata, e qui evocata attraverso la natura stessa dei procedimenti ( un processo d'incisione è, in senso letterale, la preparazione del supporto plastico, in cui i solventi intaccano le zone risparmiate da una stesura di paraffina).Al fondo dunque, un intento consacrante più che dissacrante. Ma nel passaggio dai materiali e dalle tecniche tradizionali alla loro mimesi nella dimensione tecnologica si produce inevitabilmente uno scarto, uno slittamento fatale: il corpo della pittura che sopravvive alla propria morte si offre al nostro sguardo affascinato come in un interminabile disfarsi, in un corrompersi senza fine. |